Quest’anno sono tornata a fare villeggiatura. Non vacanza. La differenza non sta soltanto nella durata o nella destinazione, ma in un modo completamente diverso di intendere l’estate.
Negli anni sessanta, settanta e ottanta, in pochi partivano per un viaggio. Per lo più si viaggiava per lavoro, per necessità o per studio. Le ferie come le intendiamo oggi, sette giorni in un posto lontano da raggiungere possibilmente con tre scali e un trolley da cabina, sarebbero arrivate dopo.
La maggior parte delle persone andava in villeggiatura. Ci si trasferiva per lunghi periodi nello stesso luogo, spesso frequentato da anni: la casa di campagna dei nonni, la solita pensione, la colonia estiva. Oppure si tornava nel paese dal quale la famiglia era partita. La mia compagna di banco, figlia di emigrati meridionali, ogni estate tornava in Puglia e a me sembrava fortunatissima. La Puglia, allora, mi pareva lontanissima e quasi esotica. Probabilmente lei trascorreva due mesi circondata da zie che le chiedevano se mangiasse abbastanza, ma ai miei occhi era una viaggiatrice.
La villeggiatura aveva alcune caratteristiche precise.
La prima era che si andava a “cambiare aria”. Lo dicevano tutti, come se l’aria di casa, dopo nove mesi, fosse ormai diventata irrespirabile. Chi abitava al mare saliva in collina per sfuggire all’umidità. Chi viveva in città andava in campagna per scoprire che le mele non crescono nei supermercati. Qualunque fosse la direzione, l’importante era respirare aria nuova. E bisognava farlo a lungo, perché evidentemente il ricambio richiedeva tempo.
Seconda caratteristica: in villeggiatura si stava almeno un mese, spesso due. I più fortunati partivano alla fine della scuola e tornavano a settembre, appena in tempo per scegliere il diario e i quaderni dell’anno nuovo. Non esisteva l’ansia di dover vedere tutto. Si arrivava, si disfacevano le valigie e per i primi giorni non succedeva assolutamente niente. Poi continuava a non succedere niente, ed era proprio quello il bello.
La terza caratteristica erano le persone. Ogni estate ritrovavi gli amici lasciati l’anno precedente. Nel frattempo qualcuno era cresciuto, qualcuno si era fatto bello, qualcuno purtroppo no. Ogni tanto compariva una faccia nuova, mentre altre si perdevano nel corso degli anni, ma un nocciolo duro di habitué rimaneva sempre. Non serviva darsi appuntamento: prima o poi ci si incontrava al bar, in piazzetta o sulla stessa panchina dell’estate precedente.
C’erano poi gli abitanti del posto, che con i villeggianti avevano un rapporto complesso. I villeggianti erano i “foresti”: a volte guardati con diffidenza, altre volte un po’ invidiati perché erano quelli di città, soprattutto nei paesi che d’inverno contavano poche anime. In altri casi erano apertamente contestati perché arrivavano in massa, modificavano le abitudini del luogo, occupavano ogni spazio, sfruttavano le sue bellezze, talvolta le vandalizzavano e, alla fine dell’estate, se ne andavano lasciando gli abitanti ad affrontare da soli il tetro inverno.
Per due o tre mesi, però, villeggianti e indigeni dovevano convivere. Da quella convivenza forzata sono nate amicizie durate una vita, inimicizie altrettanto longeve, scandali da telenovela, rancori custoditi con cura e tramandati in eredità ai figli, amori giovanili e anche matrimoni. La villeggiatura lasciava il tempo necessario per conoscersi, innamorarsi, litigare, lasciarsi e, volendo, ricominciare. Perché ogni estate portava con sé la sensazione di un nuovo inizio.
Per molti liguri la villeggiatura era nell’entroterra o nel “basso Piemonte”, come si diceva allora. Quella della mia famiglia era nei dintorni di Ovada, dove ho trascorso le estati più belle della mia vita. Lì ho conosciuto le prime libertà e le prime trasgressioni, dentro un sistema nel quale ti sentivi comunque protetto, perché conoscevi tutti e tutti riconoscevano te. Naturalmente questo significava anche che qualunque trasgressione arrivava ai tuoi genitori prima ancora che tu avessi il tempo di inventare una versione credibile.
Il mio amore per quei luoghi mi ha portata, anni dopo, a scegliere l’Oltregiogo come casa. È una scelta della quale non mi sono mai pentita.
A vegliare su me e mio fratello si alternavano i genitori, i nonni e mio zio. Anche questa era la villeggiatura: nei limiti del possibile e lavoro permettendo, si spostava tutta la famiglia. Oppure ci si ritrovava tutti là, famiglia allargata nel significato ancestrale del termine, dividendo le stanze con cugini e parenti, dormendo nei letti a castello o in qualche letto improvvisato persino in cucina. Mia mamma diceva che sembravamo accampati. Quella convivenza affollata, con tutti i suoi piccoli disagi, faceva parte della bellezza dell’esperienza: anche essere accampati, in fondo, era una forma di libertà.
Si celebrava così un lungo rito fatto di mangiate, sagre, tornei di bocce, cirulla e giochi antichi. Un rito che ti assegnava un posto preciso dentro qualcosa di più grande. Là non ero semplicemente Teresa: ero la nipote della Mantero, la figlia di, la sorella di. Ero riconosciuta e riconoscibile, parte di una famiglia e della sua storia. Forse era proprio questo che ci faceva sentire così liberi: sapere esattamente a chi e a che cosa appartenevamo.
Da un paio d’anni, durante l’estate, siamo tornati anche noi alla villeggiatura sulle Alpi Marittime, in un luogo caro ai genovesi e ai torinesi. Un piccolo paese dalle abitudini lente, con una certa diffidenza verso il turista e quell’accoglienza ligure che non si concede subito e che, forse proprio per questo, mi sa tanto di casa.
Qui trascorriamo settimane senza programmi particolari. Camminiamo, mangiamo, incontriamo le stesse persone, torniamo negli stessi posti. Lasciamo che le giornate si assomiglino e che l’ozio, poco alla volta, smetta di sembrare un vizio e torni a essere una virtù.
Forse perché la vacanza serve a partire. La villeggiatura, invece, serve a tornare.
Immagine di apertura: In villeggiatura, Évariste Carpentier (1845-1922), olio su tela (prima del 1902),
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