Scrivo questa lettera perché ci sono storie che superano i confini della burocrazia e meritano di uscire dalle aule scolastiche per diventare voce pubblica, un appello reale a chi ha il potere di cambiare le cose.

Si parla continuamente di inclusione, di diversità e di una scuola a misura di bambino, ma la realtà dei fatti si scontra troppo spesso con un sistema rigido che dimentica la materia più importante: l’umanità.

Mia figlia ha seguito un percorso di quattro anni insieme alla sua insegnante di sostegno. In questo tempo non si è costruito solo un programma scolastico, ma un ponte fatto di fiducia, empatia e stabilità emotiva. L’insegnante è diventata un punto di riferimento insostituibile non solo per lei, ma per tutta la nostra famiglia. Ora, proprio nell’anno finale di questo percorso, la docente ha ottenuto l’immissione in ruolo — un traguardo meritato e sacrosanto — ma che, per assurdi paradossi normativi, ne comporta il trasferimento e il conseguente distacco dalla bambina.

Ci tengo a precisarlo con forza: non ne faccio una questione di didattica. So bene che sul piano professionale un’altra docente saprà svolgere egregiamente il proprio lavoro, applicare le metodologie corrette e coprire le ore previste. Ma la didattica, da sola, non basta.

Ciò che non si può sostituire con una firma su un contratto è l’alleanza terapeutica e umana che si è creata. L’inclusione reale non è un modulo compilato, è lo sguardo di intesa tra un’adulta e una bambina fragile che ha impiegato anni per fidarsi, per aprirsi e per sentirsi al sicuro. Spezzare questo legame all’ultimo anno significa minare le certezze di una piccola alunna, lasciando che la burocrazia prevalga sul suo benessere psicologico.

Se la scuola vuole davvero definirsi inclusiva, deve iniziare a tutelare la continuità affettiva e relazionale, ponendola al pari di quella didattica. Non si possono considerare gli insegnanti di sostegno come semplici tessere intercambiabili di un puzzle, ignorando l’impatto emotivo che queste scelte hanno sulle vite dei bambini più vulnerabili e delle loro famiglie.

Spero che questo grido di allarme possa servire a far riflettere su un sistema che necessita urgentemente di riforme umane, prima ancora che legislative.

Distinti saluti,

Una madre

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