Pochi giorni fa abbiamo raccontato la curiosa storia dello scheletro di un «gigante» conservato al Museo di Anatomia Umana di Torino: un giovane che alcune fonti indicavano come originario di Novi Ligure e altre di Carrega Ligure. Dopo la pubblicazione dell’articolo sono stato contattato da alcuni suoi discendenti e oggi possiamo aggiungere nuovi tasselli alla storia, umana e decisamente triste, di Giacomo Borghello, il «gigante Giacomino».

il borgo di Daglio

Giacomo Borghello era nato nel 1818 a Daglio, frazione di Carrega Ligure. Secondo quanto tramandato dalla famiglia, sua madre era una donna eccezionalmente alta per l’epoca, quasi due metri, e morì mettendolo al mondo. Giacomo alla nascita era un bambino di dimensioni normali, ma già nelle prime settimane la sua crescita avrebbe cominciato a procedere a un ritmo fuori dal comune.

Mariarosa, discendente di uno dei fratelli di Giacomo, l’ho incontrata proprio nella casa dove nacque il gigante. «Nella nostra famiglia lo chiamiamo il “gigante Giacomino” e la sua storia viene tramandata da generazioni, dai nonni ai nipotini. Era un ragazzo enorme e non c’era casa di Daglio nella quale potesse stare in piedi completamente dritto. Faceva la vita che facevano tutti allora qui sui monti: una vita molto povera, ma felice, in mezzo alla natura».

Discendenti di Giacomo Borghello davanti alla sua casa natale. Da destra Mariarosa Dolcino, Giovanna Dolcino e Luciana Borghello.

Daglio è un piccolo paese a pochi chilometri da Cabella Ligure, lungo la strada che conduce verso Carrega. Sorge a quasi mille metri di altitudine, adagiato sulle pendici dell’Appennino, circondato da boschi che si perdono a vista d’occhio. Oggi conta appena tre residenti stabili, ma durante l’estate può arrivare a circa 200 persone, quando i discendenti di chi negli anni è emigrato ritornano nelle case dei propri avi.

Sono appena cinque i cognomi storicamente presenti a Daglio: Borghello, Asborno, Aragone, Macchello e Chinotto.

La casa natale negli anni ’50

Il circo cambia la sua vita

Il destino di Giacomo cambiò quando a Cabella arrivò un circo. Il ragazzo andò a vedere lo spettacolo. Ma quella volta furono soprattutto gli uomini del circo a guardare il pubblico: tra gli spettatori notarono immediatamente quel giovane dalla statura impressionante.

Giacomo sarebbe arrivato a misurare circa 2 metri e 19 centimetri.

«Gli offrirono molti soldi per andare con loro – racconta Mariarosa, che mi ha accolto insieme ai suoi familiari – e lui accettò perché voleva aiutare la famiglia».

lo scheletro conservato a Torino

Fu così che il ragazzo che aveva trascorso tutta la propria vita tra le montagne di Daglio si ritrovò improvvisamente lontano da casa, trasformato in quella che all’epoca veniva considerata un’attrazione: un «gigante» da mostrare a pagamento alla curiosità del pubblico.

Ma l’esperienza sarebbe durata pochissimo. «Si ammalò quasi subito di malinconia e di nostalgia per il suo paese».

A mantenere i contatti tra Giacomo e la famiglia sarebbe stato il sacerdote del paese, in un’epoca nella quale tra gli abitanti delle piccole comunità montane erano pochissimi a saper leggere e scrivere. Fu proprio il prete, secondo il racconto tramandato dai Borghello, a comunicare alla famiglia la morte di Giacomo.

Il giovane morì a Torino il 18 luglio 1837. Aveva appena 19 anni.

Nella memoria familiare è rimasta l’immagine di un ragazzo morto quasi di «crepacuore», consumato dalla malinconia e dalla nostalgia per Daglio.

La storia assume contorni ancora più singolari dopo la morte. Il corpo di Giacomo Borghello rimase a Torino e finì nelle raccolte anatomiche della città. Il suo scheletro è arrivato fino a noi ed è oggi conservato al Museo di Anatomia Umana «Luigi Rolando» dell’Università di Torino.

Ma a Daglio, per molto tempo, la famiglia non avrebbe saputo quale fosse stato il destino dei suoi resti. Solo circa un secolo dopo la morte si venne a conoscenza della loro conservazione a Torino. Nell’immediato dopoguerra due discendenti partirono da Daglio per andare a vedere ciò che rimaneva del loro gigantesco antenato.

«Allora non era esposto al pubblico – racconta Mariarosa – ma era conservato in una cassa e non era ancora uno scheletro».

La storia di Giacomino continuò a vivere anche attraverso un timore tramandato per generazioni. «Nella mia famiglia abbiamo sempre temuto che qualcun altro potesse ereditare l’eccezionale statura di Giacomino. Per questo si faceva molta attenzione alla crescita dei bambini nei primi mesi di vita, per il timore che qualcuno potesse avere il suo stesso destino. Ma non è mai successo e ormai sono trascorse sette generazioni».

A pochi passi dalla casa natale di Borghello esiste ancora l’edificio che un tempo ospitava l’osteria del paese. Anche qui è rimasto un piccolo aneddoto. «Giacomino vi passava le serate a guardare gli altri giocare a carte, più che a giocare lui stesso: era così alto che tutti avevano paura che potesse vedere le carte degli altri».

Che cosa resta oggi del gigante Giacomino, oltre allo scheletro conservato a Torino e ai racconti tramandati dai suoi discendenti?

Per molti anni a Daglio era rimasto un oggetto straordinario: la forma utilizzata per realizzare le suole delle sue scarpe, lunga, secondo il ricordo familiare, circa mezzo metro.

Poi anche quella lasciò il paese e finì addirittura dall’altra parte dell’Atlantico.

La storia ci porta così a un altro personaggio nato, indirettamente, da Daglio: Juan Francisco Aragone, destinato a diventare arcivescovo di Montevideo.

Intorno al 1930 a Daglio sarebbe arrivata una delle prime automobili mai viste in paese. A bordo c’era proprio Aragone, che aveva affrontato il lunghissimo viaggio dall’Uruguay per conoscere il luogo dal quale proveniva la sua famiglia. I suoi genitori erano infatti emigrati in Sudamerica da Daglio.

Anche Aragone conosceva la storia del gigante Giacomino e, secondo quanto tramandato in paese, potrebbe essere stato imparentato in qualche modo alla famiglia Borghello.

Quando ripartì portò con sé un ricordo davvero particolare: la forma utilizzata per realizzare le enormi scarpe di Giacomo.

Da Daglio all’arcivescovado di Montevideo

Anche la storia di Juan Francisco Aragone merita di essere raccontata. Nato a Carmelo, nel dipartimento uruguaiano di Colonia, il 24 maggio 1883, venne ordinato sacerdote nel 1908. Nel 1919, a soli 36 anni, fu nominato secondo arcivescovo di Montevideo.

Guidò l’arcidiocesi in una fase particolarmente delicata della storia dell’Uruguay, negli anni della separazione tra Stato e Chiesa. Nel 1922 fu persino vittima di un attentato: mentre celebrava la messa nella Cattedrale di Montevideo un uomo gli sparò. Aragone rimase gravemente ferito, ma sopravvisse.

Rimase alla guida dell’arcidiocesi fino al 1940 e morì nel 1953.

Ma per noi la parte più affascinante della sua storia rimane quel viaggio compiuto dall’Uruguay fino al minuscolo paese appenninico dal quale erano partiti i suoi genitori. E quella forma di legno che ripartì insieme a lui.

Quante coincidenze nella nostra Val Borbera: a pochi chilometri da Daglio sorge un altro piccolo paese ormai quasi disabitato: è Teo, dove nacque Maria Gogna, nonna di papa Francesco.

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Di andrea vignoli

Giornalista, scrittore, insegnante.

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