Lunedì a pranzo, in studio, si parlava del voto referendario. La mia giovane collega ha raccontato una scena che, più di ogni analisi, anticipava il risultato che avremmo poi conosciuto.
La mia collega si chiama Marianna. Un nome antico per una ragazza così giovane, che profuma di tradizione e rispetto; mi piace pensare che sia una crasi dei nomi delle nonne. E proprio una di queste nonne è la protagonista del racconto: nata negli anni Trenta, di quelle che le cose le hanno viste da vicino. Troppo vicino.
Domenica mattina. Marianna sta uscendo per andare al seggio. Indossa una tuta, quella comoda delle domeniche lente. La nonna la ferma: «Non si va a votare in tuta».
Marianna sbuffa, torna in camera, si cambia. Esce di nuovo, vestita tutta di nero. La nonna la guarda e fa una smorfia amara, di quelle che vengono da lontano: «Non si va a votare vestiti di nero… come quelli là».
Terzo cambio. Un maglione blu. Pantaloni blu. «Così va bene».
Ecco. In questo piccolo rito domestico c’è più senso delle istituzioni di quanto ne abbiamo sentito in settimane di dibattito pubblico. C’è l’idea che il voto non sia una pratica da sbrigare tra una commissione e l’altra, ma una postura dell’anima.
Il referendum è finito. Ha vinto il No.
Ora la politica si affannerà a spiegare percentuali, flussi, equilibri. Ma la verità è più semplice e anche più scomoda: ha vinto la società civile. Quella che non va nei talk show e non scrive le riforme, ma che quando capisce che si sta toccando qualcosa di fondamentale, si muove. Silenziosamente.
È stata la vittoria delle associazioni, dei comitati civici, di chi ha passato le serate a spiegare che la divisione dei poteri non è un tecnicismo per addetti ai lavori, ma la garanzia concreta della nostra libertà.
Ma è stata soprattutto la vittoria dei giovani. Ragazzi che abbiamo descritto per anni come distratti e disinteressati e che invece, quando conta, si informano, discutono, prendono posizione. Ragazzi che — come Marianna — hanno saputo ascoltare la memoria, capendo che la democrazia non è un’eredità automatica, ma un impegno che richiede cura. E responsabilità.
In questa campagna elettorale, a tratti, è sembrato che bastasse urlare o semplificare per convincere. Che la Costituzione fosse un vestito vecchio da cambiare in fretta, a seconda della convenienza del momento. Invece il No è stata una scelta di rispetto.
Il segno che esiste ancora un Paese che non delega la propria libertà a scatola chiusa e che sa distinguere tra una riforma e uno strappo.
La nonna di Marianna non parlava di vestiti. Parlava di dignità. Diceva, senza dirlo, che davanti all’urna ci si presenta con la schiena dritta. Perché quel pezzo di carta pesa quanto la nostra storia. E forse è proprio questo il punto. Si può votare in tanti modi. Ma se sai cosa stai proteggendo, non voti mai per caso.
Ha vinto il blu. Il colore delle istituzioni. Ha vinto chi ha capito che, per difenderle, bisogna prima saperle onorare
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