Dall’alba di oggi, 26 novembre, la Direzione Investigativa Antimafia sta conducendo una vasta operazione contro l’introduzione e l’uso illecito di telefoni cellulari nei circuiti di Alta Sicurezza. L’intervento, coordinato dalla Direzione Distrettuale Antimafia e Antiterrorismo di Genova, coinvolge dodici istituti di pena in tutta Italia, tra cui anche il carcere di Alessandria.

Le perquisizioni sono in corso nei penitenziari di Fossano, Ivrea, Alessandria, Cuneo, Tolmezzo, Chiavari, La Spezia, Parma, San Gimignano, Lanciano, Rossano e Santa Maria Capua Vetere. L’operazione riguarda 12 detenuti sottoposti a perquisizione e un totale di 31 indagati, chiamati a rispondere – a vario titolo – delle violazioni previste dagli articoli 391 ter e 648 del Codice penale, aggravate dall’art. 416 bis.1. Le accuse riguardano l’indebito procurare o utilizzare telefoni e dispositivi di comunicazione all’interno degli istituti penitenziari, con l’obiettivo di agevolare le attività delle associazioni mafiose.

L’inchiesta, denominata “Smartphone”, ha ricostruito un sistema che avrebbe consentito ai detenuti appartenenti alla criminalità organizzata di mantenere contatti costanti con l’esterno. Grazie ad attività di intercettazione telefonica, telematica e all’analisi di tabulati, gli investigatori hanno monitorato il traffico di oltre 150 telefoni cellulari e 115 schede SIM utilizzati da reclusi per reati di mafia, in particolare nelle sezioni di Alta Sicurezza del carcere di Genova-Marassi.

Secondo gli inquirenti, i dispositivi – spesso di dimensioni ridottissime – venivano introdotti negli istituti tramite pacchi spediti o in occasione dei colloqui familiari. Le SIM risultavano attivate presso esercizi commerciali compiacenti del centro storico di Genova, intestate a cittadini stranieri inesistenti o ignari. I telefoni, una volta entrati in carcere, erano fatti circolare tra i detenuti per garantire lo scambio di comunicazioni riservate, le cosiddette «ambasciate», utili a mantenere vivi e operativi i collegamenti con le cosche di ’ndrangheta.

La collaborazione della Polizia Penitenziaria della Casa Circondariale di Genova-Marassi ha permesso il sequestro di numerosi dispositivi, il cui contenuto e traffico dati sono stati fondamentali per rafforzare il quadro indiziario.

L’indagine si trova nella fase preliminare e, come ricordano gli inquirenti, la responsabilità delle persone coinvolte potrà essere accertata solo con una sentenza definitiva di condanna.

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Di Moscone

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