A cinque anni dall’avvio del percorso per il risanamento ambientale, la bonifica della zona Pedaggera di Capriata d’Orba è ancora ferma alla fase preliminare. A sollevare nuovamente il caso è il consigliere regionale del Movimento 5 Stelle Pasquale Coluccio, che ha presentato un’interrogazione in Consiglio regionale chiedendo alla Giunta Cirio informazioni sullo stato di attuazione degli interventi.

Secondo quanto riferito in Aula dall’assessore regionale all’Ambiente Matteo Marnati, non sarebbe stato ancora formalmente affidato neppure l’incarico professionale necessario per procedere alla caratterizzazione del sito. Il professionista sarebbe stato individuato e, sulla base dei contatti intercorsi con il Comune di Capriata d’Orba, l’affidamento dovrebbe essere formalizzato nel mese di ottobre.

Una vicenda ambientale che, in realtà, affonda le proprie radici molto più indietro nel tempo. La Pedaggera è inserita nell’anagrafe regionale dei siti contaminati con il codice 80 ed è classificata tra i cosiddetti “siti orfani”, vale a dire aree contaminate nelle quali chi dovrebbe provvedere al risanamento non interviene. La documentazione regionale indica che nell’area sono presenti inquinanti legati all’interramento di rifiuti e sottolinea la bassa soggiacenza della falda. Per questo il programma di intervento prevede una caratterizzazione integrativa, l’analisi di rischio e, successivamente, la progettazione della bonifica.

Il problema è noto da decenni. Già nel 2002 il Comune aveva bandito un intervento di bonifica che prevedeva l’asportazione, il trattamento e lo smaltimento di 4.420 tonnellate di rifiuti pericolosi e terreni contaminati interrati. Le cronache degli anni successivi hanno riferito della presenza nell’area di fusti contenenti scarti industriali, tra cui vernici, solventi, oli esausti e altre sostanze chimiche, abbandonati a partire dagli anni Ottanta. Nel 2014 controlli dell’Arpa avevano inoltre rilevato nei terreni vicini tracce di sostanze riconducibili a solventi.

A rendere particolarmente delicata la situazione è la posizione della Pedaggera rispetto alle risorse idriche della zona. Un recente studio sugli acquiferi profondi commissionato dall’Egato6 segnala espressamente il sito come meritevole di particolare attenzione: l’area si trova nel sistema idrogeologico di fondovalle del torrente Orba, a breve distanza dal corso d’acqua, ed è indicata come in «possibile connessione idraulica» con la falda che alimenta il polo acquedottistico di Predosa, a servizio dell’Acquese.

Una preoccupazione tutt’altro che recente. Già nel 2016, dopo il ritrovamento di cromo esavalente nelle acque potabili di Castelferro, un ordine del giorno del Consiglio regionale ricordava come il Comune di Predosa avesse chiesto campionamenti lungo il percorso della falda, dalla Pedaggera verso Sezzadio e Acqui Terme. Negli anni anche la vicinanza del sito al torrente Orba e gli eventi alluvionali hanno alimentato le preoccupazioni sulla tenuta della messa in sicurezza dell’area.

Nel 2021 la Pedaggera era stata inserita tra i siti per i quali utilizzare le risorse statali destinate ai “siti orfani”. Il finanziamento oggi disponibile, secondo quanto riportato da Coluccio, ammonta a 265.800 euro, ma a distanza di cinque anni l’iter non ha ancora superato la fase dell’affidamento dell’incarico per le nuove indagini.

«Avevamo chiesto esiti delle analisi, stato della falda, tempi e risorse per la bonifica: nessuna risposta – sostiene Pasquale Coluccio –. Ci viene detto solo che il professionista è stato individuato, sulla base di contatti informali con il Comune, e che l’atto potrebbe arrivare a ottobre».

Il consigliere M5S contesta anche il riferimento della Regione al rispetto del cronoprogramma. Secondo Coluccio, infatti, quello preso come riferimento sarebbe il programma trasmesso soltanto nel marzo 2026, dopo che il Comune aveva segnalato le proprie difficoltà nel portare avanti il procedimento: «Un ritardo misurato su un calendario già spostato».

Per il consigliere regionale resta soprattutto aperta la questione della tutela dell’acquifero Sezzadio-Predosa. «Non c’è inoltre traccia di solleciti per l’acquifero di Sezzadio-Predosa, che disseta circa 200mila persone – afferma Coluccio –. Con 265.800 euro già stanziati servono atti, non rassicurazioni».

Da qui la richiesta alla Regione di assumere un ruolo più diretto nell’accelerazione dell’iter: «Chiediamo alla Giunta Cirio di intervenire subito, senza scaricare ogni responsabilità sul Comune. Vigileremo sulla questione per verificare che l’impegno venga mantenuto e la bonifica venga finalmente portata a conclusione».

Il passaggio atteso ora è dunque l’affidamento dell’incarico per la caratterizzazione. Solo le nuove indagini potranno definire con maggiore precisione l’attuale estensione della contaminazione, verificare le condizioni delle matrici ambientali e della falda e fornire gli elementi necessari per l’analisi di rischio e per la successiva progettazione degli interventi di bonifica.

Ho mantenuto distinta la parte documentata dagli atti pubblici dalle dichiarazioni politiche di Coluccio; in particolare, la possibile connessione con la falda di Predosa è riportata come tale dallo studio Egato6, senza presentarla come contaminazione accertata dell’acquifero.

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Di Moscone

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