Mia madre ha notoriamente una cattiva parola per tutti, anzi per tutte, espressione di una misoginia latente che esercita con una coerenza quasi comica, soprattutto verso le soubrette dello spettacolo. Ma non verso le gemelle Kessler: loro, agli occhi critici di mia madre, erano l’eccezione assoluta. L’emblema della simmetria, del sincrono, del corpo senza difetti mostrato con eleganza.
Alice ed Ellen Kessler hanno lasciato il mondo così, in punta di piedi, con quella grazia che non hanno mai ostentato e che pure resta impressa in chiunque le abbia guardate almeno una volta. Niente clamori, niente di quella fame di attenzione che tanto indispettisce mia madre e che oggi pare la tassa d’ingresso per esistere. Per ottant’anni hanno parlato piano e, proprio per questo, sono rimaste ascoltate.
La loro scelta finale, il suicidio assistito, non è uno strappo. È l’ultima tappa di una coreografia perfetta dalla nascita alla morte. Una coerenza ferma, quasi ascetica: libertà come disciplina, responsabilità verso sé stesse e verso il proprio pubblico, come una cifra identitaria.
Perché nella loro storia c’è una rivoluzione sottile ma potente, in un’Italia che ha sempre faticato a stare al passo e che continua a dimostrarlo. Due donne che hanno esposto le gambe quando farlo era quasi un manifesto politico, che hanno mostrato il corpo senza mai scadere nello scandalo, sostenute da un rigore quasi militare, fatto di sincrono e dedizione assoluta. Hanno liberato un linguaggio ancora imprigionato nei tabù, e lo hanno fatto senza slogan, senza strepiti. Solo lavoro, eleganza, padronanza.
Quella libertà l’hanno portata anche fuori dal palco: non si sono sposate, hanno vissuto da donne autonome, indipendenti, complici fino all’ultimo. La libertà di costruire la propria vita e la libertà di scegliere come lasciarla. Un gesto intimo e composto, che non celebra la morte ma la sovranità sulla propria esistenza. Un sussurro che dice: “Sono stata io, siamo state noi. Fino in fondo”.
Ed è proprio da quel sussurro che nasce la domanda che il Paese continua a eludere. Perché due donne che hanno plasmato il proprio destino con tanta precisione hanno potuto esercitare il loro diritto al libero arbitrio solo perché residenti in Germania e non in Italia? Perché qui quel diritto non esiste? Perché l’Italia, nonostante le indicazioni limpide della Corte Costituzionale, continua a non avere una legge nazionale sul fine vita?
Questa assenza pesa come una resa. Il governo sceglie di ignorare ciò che tocca davvero la carne viva delle persone, e così la sofferenza diventa un affare privato, clandestino, perfino geograficamente discriminatorio: cambiare regione o cambiare Paese non dovrebbe essere l’unico modo per poter morire con dignità.
Mentre a Roma si cincischia in un immobilismo che ha più il sapore della paura che della prudenza, alcune Regioni hanno aperto un varco. Toscana e Sardegna hanno raccolto ciò che la giurisprudenza già prevede e l’hanno trasformato in un percorso chiaro e umano. In Piemonte, la proposta del consigliere regionale Pasquale Coluccio prova a fare lo stesso: non inventa, non forza, semplicemente risponde a un bisogno reale.
La politica ha davanti un’occasione rara: sottrarsi all’inerzia e affrontare ciò che prima o poi tocca tutti. Le Kessler, con il loro addio discreto, ricordano che la libertà non è un grido ma una postura. Che il corpo è casa propria. Che la dignità non si delega. E che uno Stato serio e laico non dovrebbe temere di assistere i suoi cittadini anche quando arriva il momento del congedo.
La loro eredità è sottile e potentissima: la libertà si vive intera, dalla prima scelta all’ultima. Se la politica vuole essere all’altezza, deve smettere di averne paura.
Ti è piaciuto questo articolo? Offrici un caffè con Ko-Fi

Segui il moscone su Telegram per ricevere una notifica ogni volta che viene pubblicato un nuovo articolo https://t.me/ilmoscone


