Sono il primo e ci mancherebbe che non lo fossi, a rendermi conto di quanto siano velleitarie le parole, ma per quello che sta succedendo a Gaza non trovo aggettivo che renda l’idea se non indicibile, infandum come ci suggerisce Virgilio. 

Tutto tace e un silenzio tombale cala sulla misera popolazione palestinese ridotta ormai allo stremo. Le autoproclamantesi democrazie liberali dell’Occidente tacciono e a me viene in mente la celebre classificazione socio-antropologica di Leonardo Sciascia. Sicuramente siamo di fronte ad una schiera infinita di quaquaraquà che permettendo questo massacro si pongono fuori dal logos, da quel senso di umanità che dovrebbe distinguerci dalle bestie. Il genocidio di Gaza è ormai una questione morale, non politica o geopolitica. Nessuno scende in piazza, TV e carta stampata, nella migliore dell’ipotesi sono sempre attestati sul “si, ma”. Tiene banco la somma ipocrisia dei “ due popoli , due stati”. Ma dove, nel West Bank saturo di insediamenti israeliani? Circondati da un muro? E quanti palestinesi? E tutti sanno che nessun capo di stato Israeliano, non parliamo degli attuali, ha mai accettato e perseguito questa soluzione. Veramente non riesco a capire questa nostra incapacità di reagire – la guerra in Viet Nam è finita anche perché ogni giorno in USA e nel mondo c’era gente che manifestava per la pace- di chiedere a chi noi abbiamo eletto di prendere una posizione forte, di liberarsi del ricordo del 7 ottobre e di ragionare sui fatti. “Carri di Gedeone” si chiama l’ultima offensiva a Gaza, a proposito di fondamentalismo. 

La mia generazione, me compreso, nel 67’ durante la guerra dei 6 giorni era per la maggior parte schierata sinceramente per Israele, l’olocausto nazi-fascista era dietro l’angolo, l’esperimento socialista dei kibbutz affascinava, ogni sera la TV ci faceva vedere i collimatori dei caccia israeliani che inquadravano i Mig arabi e Moshe Dayan con la sua benda sull’occhio, e be’, un certo fascino lo emanava. Avevamo tutti dimenticato il popolo palestinese. Leggevamo Gerusalemme, Gerusalemme di Dominique Lapierre, delle stragi dell’Ospedale Hadassah e di Kfar Etzion nella guerra del 48’ e guardavamo Exodus di Preminger. Con amore leggevamo Joseph Roth, Isaac Bashevis Singer, Stefan Sweig. E non capivamo che per i militari e politici israeliani, come chiaramente dimostrato da fonti storiche primarie, il problema erano si i paesi arabi ma subito dopo i palestinesi. Poi arrivarono Ben Morris con il suo Vittime. Storia del conflitto arabo-sionista 1881-2001, Ed.Rizzoli, 2003, che ci raccontò anche la guerra biologica condotta nel 48’ da Israele ( Morris & Kedar, Israeli biological warfare during 1948 War in Middle Eastern Studies, 2023) e gli stupri subiti dalle donne palestinesi sempre nel 48 ( A.Lamm: Ben Morris The 1984 war was an islamic holy war”, 2010, disponibile on line) lo storico palestinese Edward Said con il suo saggio Orientalism, i poeti e i letterati palestinesi come Mahud Darwish e Ghassan Kanafani e più recentemente Lorenzo Kamel o il nostro Enzo Traverso e abbiamo scoperto che forse le cose non erano e non sono così semplici. Abbiamo il dovere di condannare l’attuale Israele e le sue politiche criminali senza essere tacciati di antisemitismo. Abbiamo il diritto di criticare o meno il sionismo– che fu per altro movimento complesso e multiforme, senza essere tacciati di antisemitismo. Anche se fu un movimento che fin dai suoi inizi aveva in sé l’obiettivo di cacciare i palestinesi non certo con le buone ( to drive out by the sword) come scrisse Israel Zangwill in The voice of Jerusalem nel 1921. Recentemente è uscito Apeirogon dello scrittore irlandeseColum McCann, suscitando peraltro forti critiche nel mondo arabo-palestinese, in parte condivisibili. Come non partecipare alla straordinaria avventura di questi due padri, uno ebreo Rami e l’altro palestinese- israeliano Bassam che hanno perso le loro giovani figlie in questa guerra perenne e che girano per Israele insieme per parlare di pace. MaApeirogon  ci dice anche che Bassam, palestinese israeliano vive in un altro paese, diverso da quello di Rami con meno diritti, con meno libertà di muoversi, continuamente vessato da controlli, minacce e violenze, dove i tribunali militari giudicano i minori (unico paese al mondo) e dove le probabilità di condanna di cittadini israeliani per violenze su uomini e donne palestinesi sono dello 0,87%, secondo l’agenzia israeliana per i diritti civili Yes Din – C’è giustizia- (report disponibile on-line).

Vorrei tanto che la Senatrice Segre pronunciasse la parola genocidio, per lei, per la sua storia, per la storia del suo popolo, per Israele di oggi e per noi goym per aiutarci a comprendere ciò che ci sembra incomprensibile. Magari domani Mister Trump porrà fine a questo massacro; sarà costato un prezzo irredimibile di morti innocenti, soprattutto bambini. 

“Ascolta: ammesso che tutti debbano soffrire per conquistare con la sofferenza l’eterna armonia, ma cosa c’entrano i bambini? Rispondimi, ti prego! Non si capisce a che scopo anche loro debbano soffrire e perché devono conquistarsi con la sofferenza quell’armonia” chiede angosciato Ivàn ad Alëŝa.

Bambini Gazawi operati a Genova, Ospedale Gaslini. Alcuni di questi hanno perso il padre durante la loro permanenza a Genova, sotto le bombe, a Gaza. Molti novesi hanno contribuito a fare tornare il sorriso sulle loro labbra.

2 risposte a “Il genocidio di Gaza è una questione morale, non geo politica”

  1. Avatar Maurizio Fava
    Maurizio Fava

    Caro Mino, hai ragione.
    Abbiamo votato per politici ipocriti e complici del GENOCIDIO.
    E continueranno ad esserlo.
    Vendendo armi ai criminali, e proteggendoli col vergognoso silenzio.

  2. Avatar Christian De Fazio
    Christian De Fazio

    Tutto giusto… ma per verità storica bisognerebbe anche precisare che gli intenti di Israele erano e sono sempre stati palesi, a volerla dire tutta non si sono neanche dati pena nel nasconderli e ora sono usciti allo scoperto…
    Si legga lo “Stato Sionista” di Theodor Herzl, è illuminante e non lascia spazio (menomale nel caso de quo) all’interpretazione.
    Do un piccolo accenno, nel 1897 si tenne a Basilea il primo congresso sionistico, nel quale i delegati delle comunità ebraiche diedero vita alle strutture dell’organizzazione sionista e tracciarono le linee del suo futuro programma d’azione.
    Aggiungo per completezza un accenno agli “accordi” di “Balfur”, si tratta di una lettera scritta dall’allora ministro degli esteri del Regno Unito Arthur Balfour e indirizzata a Lord Rothschild (inteso, quest’ultimo, come principale rappresentante della comunità ebraica inglese e referente del movimento sionista e finanziatore della Corona) con la quale il governo del Regno Unito affermava di guardare con favore alla creazione di una “dimora nazionale per il popolo ebraico” in Palestina, allora ancora parte dell’Impero ottomano, senza però pregiudicare i diritti civili e religiosi delle comunità non ebraiche della Palestina. Tale posizione del governo emerse all’interno della riunione di gabinetto del 31 ottobre 1917. Il resto è storia mascherata da vittimismo atto ad imporre un disegno di conquista da sempre desiderato e programmato.

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2 pensiero su “Il genocidio di Gaza è una questione morale, non geo politica”
  1. Caro Mino, hai ragione.
    Abbiamo votato per politici ipocriti e complici del GENOCIDIO.
    E continueranno ad esserlo.
    Vendendo armi ai criminali, e proteggendoli col vergognoso silenzio.

  2. Tutto giusto… ma per verità storica bisognerebbe anche precisare che gli intenti di Israele erano e sono sempre stati palesi, a volerla dire tutta non si sono neanche dati pena nel nasconderli e ora sono usciti allo scoperto…
    Si legga lo “Stato Sionista” di Theodor Herzl, è illuminante e non lascia spazio (menomale nel caso de quo) all’interpretazione.
    Do un piccolo accenno, nel 1897 si tenne a Basilea il primo congresso sionistico, nel quale i delegati delle comunità ebraiche diedero vita alle strutture dell’organizzazione sionista e tracciarono le linee del suo futuro programma d’azione.
    Aggiungo per completezza un accenno agli “accordi” di “Balfur”, si tratta di una lettera scritta dall’allora ministro degli esteri del Regno Unito Arthur Balfour e indirizzata a Lord Rothschild (inteso, quest’ultimo, come principale rappresentante della comunità ebraica inglese e referente del movimento sionista e finanziatore della Corona) con la quale il governo del Regno Unito affermava di guardare con favore alla creazione di una “dimora nazionale per il popolo ebraico” in Palestina, allora ancora parte dell’Impero ottomano, senza però pregiudicare i diritti civili e religiosi delle comunità non ebraiche della Palestina. Tale posizione del governo emerse all’interno della riunione di gabinetto del 31 ottobre 1917. Il resto è storia mascherata da vittimismo atto ad imporre un disegno di conquista da sempre desiderato e programmato.

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