Sabato 10 gennaio 2026, alla Fabbrica delle E di Torino, si è svolto un incontro promosso dal coordinamento regionale di Libera, dedicato al tema della riforma della giustizia e, in particolare, alla proposta di separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri. Ospite della serata il magistrato torinese Paolo Toso, da anni impegnato come pubblico ministero anche in procedimenti contro la ndrangheta, mentre la moderazione è stata affidata ad Andrea Turturro, referente regionale di Libera.

Nel suo intervento, Toso ha scelto fin da subito una prospettiva chiara, dichiarando il proprio dissenso rispetto alla cosiddetta riforma Nordio. Una posizione motivata sia da argomentazioni tecniche, sia da una riflessione di fondo sui valori costituzionali che regolano il funzionamento della giustizia e il ruolo della magistratura nella vita democratica del Paese.

Il magistrato ha ricordato come il pubblico ministero sia spesso il primo rappresentante dello Stato a entrare in contatto con i cittadini coinvolti in una vicenda giudiziaria: persone che denunciano un torto subito o persone che si trovano accusate di un reato. In questa fase iniziale, ha sottolineato Toso, il compito fondamentale del PM è l’ascolto. Un ascolto che deve essere imparziale, privo di pregiudizi e fondato sul principio secondo cui tutti sono uguali davanti alla legge.

Contrariamente a una narrazione diffusa nel dibattito pubblico, il pubblico ministero non può attivarsi di propria iniziativa. L’indagine prende avvio solo a seguito di una notizia di reato proveniente da un cittadino o dalla polizia giudiziaria. È in questo contesto che l’indipendenza del PM assume un valore decisivo, perché consente di verificare allo stesso modo le dichiarazioni della presunta vittima, dell’accusato e delle forze dell’ordine, senza attribuire a nessuno un credito privilegiato. La legge è, e deve restare, uguale per tutti.

Toso ha ribadito che il PM non ha il compito di «trovare un colpevole», ma di accertare come sono andati i fatti, cercando anche le prove che possono scagionare l’indagato o dimostrare l’inesistenza del reato. Un dovere di lealtà e di ricerca della verità che accomuna giudici e pubblici ministeri e che nasce, oggi, da una formazione comune all’interno della magistratura.

Secondo il magistrato torinese, la separazione delle carriere rischia di spezzare questa cultura condivisa, trasformando il pubblico ministero in una parte processuale assimilabile a un «avvocato dell’accusa». Un’idea che, a suo avviso, non trova riscontro nella realtà dei dati: oltre il 40 per cento dei procedimenti penali si conclude con un’assoluzione, segno evidente che i giudici non si limitano a recepire le tesi dell’accusa.

Un passaggio centrale dell’intervento ha riguardato la fase delle indagini preliminari, che coinvolge un numero di persone molto più elevato rispetto a quelle che arrivano a processo. La maggior parte dei procedimenti si chiude anticipatamente con un’archiviazione. È proprio in questa fase, ha spiegato Toso, che l’indipendenza del PM rappresenta una garanzia essenziale per i cittadini, soprattutto per quelli più deboli, che non dispongono delle risorse economiche necessarie per difendersi attraverso costose indagini private.

Ampio spazio è stato dedicato anche al tema del Consiglio Superiore della Magistratura. La riforma prevede una separazione del CSM e un sistema di sorteggio dei componenti tra i magistrati, con una quota “politica” nominata dal governoche, secondo Toso, rischia di diventare prevalente. Un assetto che potrebbe esporre i pubblici ministeri a pressioni indirette quando le indagini toccano interessi forti, minando di fatto l’autonomia che la Costituzione intende garantire.

A sostegno delle sue preoccupazioni, il magistrato ha richiamato le parole di Piero Calamandrei giurista dell’Assemblea Costituente ed avvocato: “bisogna liberare ciascun magistrato dal timore che la politica possa danneggiarlo, con trasferimenti disciplinari, ed anche togliere al magistrato ogni speranza che un atteggiamento servile ed inchinevole possa giovare alla sua carriera.” Giudici e i PM devo essere liberi sia dal timore di ritorsioni politiche sia dalla speranza di vantaggi di carriera ottenuti con atteggiamenti servili. Un equilibrio delicato che la riforma mette seriamente a rischio.

In conclusione, Toso ha evocato anche il contesto europeo, ricordando come la Procura europea sia stata modellata proprio sul sistema italiano, fondato sull’indipendenza del pubblico ministero dal potere politico. Un riconoscimento internazionale che rende, secondo il magistrato, ancora più difficile comprendere una riforma che va in direzione opposta.

L’incontro alla Fabbrica delle E si è chiuso con un confronto partecipato con il pubblico, confermando come il tema della giustizia e delle sue riforme continui a suscitare attenzione e preoccupazione ben oltre gli ambienti specialistici.

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Di andrea vignoli

Giornalista, scrittore, insegnante.

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